Storia

AZZARA o ATZARA, villaggio della Sardegna, nella prov. di Busàchi, distretto di Meàna, tappa (uffizio d’insinuazione) di Sórgono. Era compreso nell’antico dipartimento di Mandra-e-Lisài, del giudicato di Arborèa. Dicesi sia questo nome derivato dalla schiena sottile della vicina montagna detta sa Costa, rassomigliata dalle vivaci fantasie al filo d’una scure, che in lingua sarda dicesi azza, onde azzàda e storpiatamente azzàra fu appellata la sua cresta, e il paese fondato alle sue falde.

La situazione del medesimo è in una valle umidissima per le acque, che scorrono per varie strade. Resta esposto alla tramontana ed al levante.

L’estensione dell’abitato è di circa mezzo miglio: le case sono 310, divise da molte strade, delle quali nè anche le principali essendo selciate, avviene che frequenti siano i pantani, e che ad una certa temperatura esalando vapori nocivi, rendano poco sana l’aria congiuntamente ad altre cagioni.

Vi sono due piazze pubbliche, una del monte granatico, l’altra della chiesa parrocchiale, ed un solo palazzo che era già del Signor Utile di questo mandamento del Mandra-e-Lisài. In due luoghi si suol fare la passeggiata, detto uno Su-istrumpu, l’altro Sa-bandèla.

In questo paese non v’ha che un sol fabbro ferraro, quattro falegnami, due calzolari, e alcuni muratori, che sanno e praticano meglio forse tutt’altro, che quest’arte. Le manifatture riduconsi al panno forese, e lino, che lavorasi in più di 200 telai. Se ne fa vendita nelle fiere di s. Mauro, di s. Elia, ed in altre minori dei campidani.

Il consiglio di comunità componesi di cinque soggetti. Vi è pure stabilita come in tutti gli altri paesi la giunta sul monte di soccorso, che fa le ripartizioni del seme, e dei danari che bisognano pei lavori ai poveri contadini, e provvede perchè non venga meno questa istituzione di sapientissima beneficenza, e l’agricoltura sempre più prosperi felicemente.

Allo stabilimento delle scuole normali è aggiunta una scuola di grammatica latina. È assai da deplorare, che mentre in questa popolazione non vi saranno meno di 50 fanciulli in età di poter apprendere, i padri non abbiano cura di mandarli alle lezioni del maestro normale, e che quelli, i quali meglio la pensano, sieno in maniera pochi, che soli 15 vi concorrano. Si crederà impossibile di persuaderli?

La chiesa parrocchiale è dedicata al martire sardo s. Antioco. La governa un vicario, assistito da altri due sacerdoti, sotto la giurisdizione dell’arciv. di Oristano. Delle tre chiese filiali, una trovasi dentro l’abitato, sotto l’invocazione del martire san Giorgio, che fu anticamente parrocchiale, l’altra appellasi da s. Maria de Susu, perchè dedicata alla SS. Vergine nella commemorazione della sua Natività, a un miglio e mezzo di distanza verso levante nella regione di Leonìsa, la quale sebbene appaja piccola, è tradizione fosse parrocchiale del villaggio così appellato; la terza di poca capacità anch’essa, e ad egual distanza dal paese verso ponente si denomina da s. Maria de Giossu.

Le principali sacre solennità sono: quella del titolare addì 13 novembre, con gran concorso dai paesi d’intorno, e quella di s. Maria de Giossu nell’ottava dopo l’Assunzione con frequenza di stranieri, corsa di barberi, e altri popolari divertimenti.

Il cimitero è all’estremità dell’abitato contiguamente alla chiesa di s. Giorgio.

La popolazione di Azzàra nel 1805 sommava a 1014, nel 1826 a 1300, nel 1833 a 1250 anime, distribuite in 310 famiglie.

Si sogliono celebrare all’anno 12 matrimoni; nascono 45, muojono 25, ed ordinariamente si vive al 60°.

Le più frequenti malattie sono le pleurisie, altri mali di petto, e le febbri periodiche. Generalmente le famiglie vivono in certa agiatezza.

Vi è un macello libero, che provvede di carni d’ogni specie.

La maniera del vestire non dissomiglia da quella dei campidanesi per gli uomini. Le donne però hanno una moda loro propria nel coprir la testa, però che in luogo del fazzoletto, o del velo, quale usasi in altri luoghi, esse portano un pannolino lungo quasi una tovagliuola, ond’è che la dicono con nome appropriato tiazòla.

I giuochi comunemente usati sono le carte, e is-brillus (il rullo). Il ballo muovesi per l’ordinario all’armonia deis launeddas, ed a qualche intervallo a quella del canto in quattro voci o più in cert’aria breve e rapida, come si costuma nelle provincie settentrionali dell’isola.

Il clima è piuttosto da dirsi temperato. Di rado vi nevica, ma con frequenza vi piove, specialmente nella primavera. Il paese è poco soggetto a tempeste, ma lo è alla nebbia, che si sperimenta per lo più nociva.

Il territorio azzarese rappresenta quasi un triangolo; la superficie valutasi a 20 miglia quadrate: l’abitazione è presso alle làcane (confini) dalla parte di ponente.

Le terre in generale sono più adatte all’orzo ed alle vigne, che al grano. Vero è che questo genere potrebbe fruttificare secondo i voti dei contadini nel salto de Giossu, se essi volessero preparar le terre come, e quando conviene; ma è troppo difficile menarli fuori dalla via delle antiche consuetudini.

Il monte di soccorso ebbe nel primo stabilimento la dotazione in grano di 1110 star. (litr. 54,612), in danaro di lire sarde 820 (lire nuove 1574.40); ora il primo fondo è ridotto a star. 250; il secondo a lire sarde 90. Non ostante è certo che si semina di grano oltre li star. 500, e più ancora di orzo; e che la messe mostra moltiplicato il grano da 2500 a 3000, l’orzo da 5500 a 6000 starelli. Sebbene vi siano dei terreni, dove verrebbe prosperamente il granone, e ogni sorta di legumi, tuttavia appena se ne semina quanto basta ad una meschina provvisione.

I cavoli, e i pomidoro sono le sole piante ortensi che si pregino e si curino; quindi debbonsi comprare quegli altri frutti di questo genere che si brami gustare, come comprasi non piccola porzione del lino e canapa, che adoprano le donne nelle loro manifatture.

Mentre il colono azzarese è quasi del tutto distratto da questi oggetti, che dovrebbe per ragione di economia ben riguardare, deve dirsi che la sua attenzione è rivolta principalmente alle vigne, che egli reputa il più importante capo delle sue risorse. Le uve quasi tutte sono nere: non si sa se il vino sia tanto buono, quanto si vanta; ma è certo che grandissima è la sua quantità, la quale non solo basta al consumo prodigioso, che se ne fa nel paese, ma ancora a provvedere ai villaggi circonvicini, Dèsulo, Belvì, Aritzo, Tonara, Ortuèri, Samughèo, Busàchi, Allài, Fordongiànos, ed a molti altri villaggi del màrghine e del campidano, nei quali luoghi non occorre festa, in cui non vadano cinque o più azzaresi con altrettante botti di vino, senza far conto di quelli che vel trasportano in mezzine sul dorso dei cavalli. Dopo tanta quantità che si vende, ne resta ancora per bruciarlo ad acquavite per la provvista del paese. La particolare industria di questi paesani in cotal ramo trae ancora vantaggio dalle uve, e ne fa del buono zibibbo per se stessi, e per darne ad altri.

Poche sono le specie degli alberi fruttiferi, che si coltivano, ma molto numerose; principalmente i noci, peri, susini e pomi. Siccome non se ne vende a stranieri, così quanto sovrabbonda di quei frutti, che presto corromponsi, serve ad ingrassare i majali.

Le tanche, e i chiusi sono in numero di 100 e più, che occuperanno una quarta del territorio. La maggior parte delle tanche hanno degli alberi ghiandiferi, e nella stagione delle ghiande vi si introducono i porci, ai quali succedono poi le altre specie: le restanti che sono sgombre di quegli alberi e dei frutici di macchia, alternativamente si seminano, e si lasciano a pascolo.

Le selve ghiandifere del comune sono in tre colline, una a ponente in saltu de Giossu, le altre due a levante in saltu de Susu, e in Crechigiassi. Dominano le quercie e i soveri; i lecci sono poco numerosi. I frutti, se contrarie cause non li scemino, bastano non solo all’ingrassamento dei porci del contado, ma di gran numero ancora, che vengano altronde. Gli alberi sono tutti grandi ed annosi. Il terreno occupato dai medesimi nelle tre suddette regioni si computa della capacità di star. 800 di seminario, che equivale ad ettari 31,888.

La maggior eminenza di tutto l’azzarese è l’anzidetto Monte-Costa, o Sa-Costa, nella cui sommità stassi in centro ad un orizzonte estesissimo dalla parte di ponente-libeccio a ponente-maestro. È di accesso difficilissimo. Sta a mezzodì del paese, ed è coperto di quercie e roveri.

Nutronsi buoi per l’agricoltura 340, vacche mannalìte (domestiche) 80, vitelli e giovenche 40, cavalli e cavalle domite 120, giumenti 115, majali 130. Il bestiame rude è giusta i numeri seguenti: vacche 390, cavalle 40, porci 500, pecore 3000. In qualche inverno assai rigido le pecore, si conducono a pascolare nel campidano.

Le lane e i formaggi sono di buona qualità; però la quantità non eccede i bisogni del paese.

La selvaggina è scarsa, quindi pochi amano la vana fatica di correre per le selve gran tempo prima di veder qualche cinghiale o daino, cui possan colpire. Non sono più fortunate le caccie dei volatili.

Poche sono e piccole le sorgenti dell’azzarese, e sufficienti appena ad adacquare il bestiame. Vi scorrono però due ruscelli, uno dalla parte di ponente detto Bau-Azzàra, l’altro da levante detto Su-Incrùbu, i quali si congiungono nel sito appellato Bau-erbi, onde vanno a gittarsi nell’Aràschisi o Aràscisi, che divide questo dall’agro di Meàna. Il fiume Aràschisi si può d’estate guadare anche dai pedoni; non così però in istagioni piovose, non essendovi altro ponte che le travi, che appoggiansi dai pastori sulle due rive là dove il letto è più stretto; quindi è spesso trattenuto anche il corriere del regno per la parte di levante.

Nei suddetti ruscelli prendonsi anguille e trote assai gustose, però in piccola quantità, e vendonsi a soldi 3 la libbra (lire nuove 0.27).

Le principali strade che muovono dal paese sono: una a tramontana verso Sòrgono, capo-luogo del mandamento, a distanza di ore 3; altra a levante per a Belvì, distante ore 2, che passa per Monte o saltu de Susu, luogo scabrosissimo; la terza a mezzodì, che conduce a Meàna, distante ore 1 1/2; la quarta a ponente che accenna ad Ortuèri, ed a Busàchi, capo-luogo di provincia, distante ore 4. Meno quella che porta a Belvì, per la quale è gran pericolo passare a cavallo, le altre sono carreggiabili.

Di quelle antiche costruzioni coniche, dette volgarmente norachi, non più di tre per tutto questo territorio sono riconosciute. È osservabile il denominato dess’abba-cadda (acqua calda) da una vicina sorgente di tal nome, qual si ebbe per la sua temperatura. Pare sia intatto. È alto palmi 25 (met. 6,50), con una circonferenza di palmi 40, ond’è da annoverarsi tra quei di terza grandezza. Altri due, uno in Suergeddu a ponente, l’altro in Niu-e-crobu a levante sono in gran parte diroccati.

Questo comune è reale, nè al Signor Utile del dipartimento altro devesi che i redditi civili, dei quali si parlerà all’articolo Mandra-e-Lisài.

Il delegato consultore di Sòrgono comprende anche Azzàra nella sua giurisdizione.